Cartografo del cuore – Alessio Vaccari
I sogni si annidano nei ritagli del tempo, la solitudine procede a bassa velocità come tutte le cose che seguono i ritmi dell’indefinito. Questa l’impressione che si ha scorrendo le grafie di Alessio Vaccari, cartografo del cuore, pittore dalla leggerezza cromatica che si spinge fin verso tessiture rarefatte, oltre l’esperienza sensibile del contingente, tra silenzio e natura. Vaccari ha stabilito un rapporto confidenziale con il tour operator dei trasporti onirici, gli basta poco per incamminarsi in spazi personalizzati, mettersi in moto e raggiungere territori dove la magia delle attese nello spazio è conchiusa in gabbie vuote, o al di là di un arenile dove alberi e prati, nelle loro incidenze luministiche, gli fanno riscoprire il sentimento delle cose.
E’ giovane l’artista livornese, eppure munito di un bagaglio consistente, con esperienze custodite in un trolley ricoperto di puntolini come un mosaico di listelli e colori, tra simbolo e messaggio, tra esperienza e artificio. Interprete di garbo, non sentenzioso, nel suo esercizio par di notare l’evocazione di un’intima quotidianità tradotta in modo svanente e pacato, senza eccessi di pittoricismo. Soffuse incidenze cromatiche, timbri rosati e perlacei, evocazioni del vivere trascritte punto dopo punto, rappresentazioni sospese in un vuoto dove milioni di granuli fanno propria una pianta di genziana, rivestono un filo d‘erba, seguono l’oscillare di un ramo spezzato da un colpo di vento.
Certe storie fanno parte dell’illusione. All’agenzia dei trasporti del fantastico Alessio occupa un posto fisso, non ha bisogno di fare la coda per staccare il biglietto di un viaggio generalmente inventato Più che altro, sono domestiche incursioni le sue, il mondo è lì, a due passi. Dice che gli basta affacciarsi alla finestra per inquadrare quello che vuole, che in fondo finisce per trovare anche tenendo gli occhi chiusi. Per un censimento della popolazione sognante non ha bisogno di strumenti elettronici, superdigitali o roba del genere. Gli bastano gli strumenti che ha, che custodisce in un angolo riparato da mattoni sbrecciati. Una specie di fortino dove ha messo al sicuro una la radio che trasmette solo i suoni dell’immaginazione, e poi gabbie da cui evadono uccelletti per il semplice motivo che sono generalmente aperte, quindi visioni di specchi d’acqua lievemente increspati sui quali i gabbiani compiono acrobatiche giravolte.
Molto appartiene al ricordo. Vaccari ripassa il proprio tempo, lo fa, si direbbe, controvoglia, sebbene è in questo ripasso che finisce per ritrovarsi, per sentirsi signore di un regno fatto di illusioni, padrone di decidere se lasciare aperta o no una gabbia, se concedere a un gabbiano il trasferimento da un faro all’albero di una nave, se permettere a una rondine di ospitare sotto la grondaia dove ha il nido un uccelletto, uno di quelli che hanno trovato le sbarre aperte, ma che non sanno dove andare.
Che cosa c’è di più vero e palpitante dell’irreale, sembra ricordare Vaccari ripercorrendo i dogmi di Breton o immaginando una nuova realtà nel pointillisme di Seurat. L’artista toscano corre sulla strada della memoria, fantastica e pensa a esseri incapaci di vivere i sogni, mentre lui riesce a trovarsi dentro di essi, attratto da ciò che non c’è, ma che è nella propria mente, o che l’immaginazione gli fa vedere. Ci sono momenti in cui un vuoto si allarga a dismisura, ma non ha importanza, i sogni, si diceva, si annidano negli interstizi della vita, o possono manifestarsi come una ruga staccata dalla superficie della sera. Quelli di Vaccari sono impulsi dell’animo registrati dal pennino di un’ansia appena repressa. Viaggi ragistrati in un’anarchica tabella che pare tener conto solo di ciò che non appare. Le gabbie, ormai, non hanno prigionieri, al massimo vi svolazzano attorno passeri, merli, pettirossi e cinciallegre, pennuti autoreclusi secondo un lockdown interessato. Un ritorno alla quarantena, dunque, un esilio voluto in luoghi dove c’è sempre qualche briciola dimenticata, o messa in una ciotola apposta per loro. Stanze familiari, popolazioni alate, ma anche oggetti qua e là, e sgabelli, libri, marionette che pendono da un tavolo o da una scrivania. Segni e ricordi si intrecciano nella successione delle giornate, una pioggia di granuli dai toni smorzati si distende mentre il pittore prende contatto con un mondo che solo lui conosce. Lo fa infilando una spina nella presa di una radio che trasmette solo i suoni dell’illusione, assieme ai rumori di un sogno impossibile, seppure vero nel suo svolgimento fantastico.
Testo a cura di Franco Basile
