Di sogni, enigmi e memorie – Alessio Vaccari

Attesa. Lo spazio, misurato ed infinito, si apre tra un tocco e l’altro. Silenzio. È un ricordo che danza tra i passi leggeri della punta di un pennello.
Le visioni di Alessio Vaccari arrivano sulla tela con la stessa gentilezza delle sue stelle nei cieli notturni. A colpi delicati e precisi, con il garbo di un sogno a colori.
Sono attimi, fotografie di momenti dissolti tra la luce e il crepuscolo, sono sottili stati d’animo che si incamminano nei sentieri tra i prati insieme a quelle piccole silhouette che, sempre di spalle, ci invitano a partecipare ad un nuovo racconto.
Un fuoco che scalpita nel prato con le sue scintille vibranti, due panni stesi, una luce accesa oltre la vetrata, e la storia è pronta per prendere vita.
Chi si muove nel giallo incandescente che incendia e riscalda la sera? Chi aspetta quel cane, silenzioso e paziente, all’ombra bianca delle lenzuola appese?
Sono presenze rarefatte quelle che abitano le opere di Vaccari, esseri viventi che partecipano ad un film muto. Non sono mimi, non fanno finta. Sono davvero lì, con i loro pensieri, i loro ricordi, i loro sogni, forse in parte mescolati ai nostri.
C’è desiderio di spazio e abbondanza di tempo.

C’è un profondo rimestio di segni unito alla docile staticità del punto che tutto placa e riordina.
Come nella migliore delle memorie più care e più lontane, l’aria cattura la luce e scioglie i rumori. Qualcosa si disgrega ai margini, accarezzato da una nebbia solo apparente, e qualcosa si fa più
denso e solido, quasi concreto.
Ogni ricordo da cui origina l’immagine diventa così un’epifania tra i sogni, un enigma reale da risolvere in un tempo in bilico tra presente e passato, in uno stato a metà tra il sonno e la veglia: perché è solo lì, in quella dimensione, che la realtà fisica di certi dettagli può coesistere con quegli ambienti nebulosi tanto cari all’artista. Tuttavia, anche in quel mondo più artificiale quale è la pittura in studio, continua ad esistere un certo aspetto di sorpresa.
È il caso delle otto rose bianche che sbucano da un’improvvisata fessura del panneggio, quasi pretendessero di fiorire direttamente sotto la coltre tiepida del panno rosso; ed è anche il caso dei
fondali che inaspettatamente diventano cieli azzurri capaci di trasformare un semplice tavolo in un nuovo orizzonte: le nature morte di Alessio Vaccari ambiscono a disegnare nuove geografie.
Le pieghe diventano montagne inesplorate, le fessure sono grotte di piccoli punti in cui le ombre si annidano, lievi ed opache, e là dove finisce il tavolo, termina anche quel mondo conosciuto in cui
si ergono, come idoli del remoto villaggio della memoria, tutti i suoi oggetti più significativi.

Viene quasi da chiedersi quali mani abbiano dato forma alle pagnotte di pane; quale massaia abbia prima volutamente appoggiato e poi dimenticato il cucchiaio sul tavolo.
Chi ha lasciato una gabbia sulla tovaglia e, infine, perché i cardellini continuano ad abitare la tela e, pur potendo, non volano davvero via?
Anche loro, come noi, subiscono la stessa forza attrattiva che ci spinge verso interrogativi senza risposta, ci induce ad esplorare i meandri di un cassetto aperto, ci porta a cogliere il senso generale dell’immagine ed infine ad avvicinarci passo a passo fino a scoprire che esiste un’unica realtà in questo mondo visionario: la realtà che compone ogni più piccolo particolare e ogni frammento di luce. Il punto.
Replicato senza timore, con perizia e pazienza fino ai bordi più remoti della tela.
Un punto che non pone mai fine alla frase poetica di Alessio Vaccari ma che, al contrario, ne segna sempre e per sempre l’origine.

Testo a cura di Francesca Masotti

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